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Diario


10 novembre 2011

Razionalità del mercato

«Il livello delle quotazioni (nel 1971) era soltanto il sintomo più evidente di una malattia che ormai aveva ridotto la borsa italiana in stato quasi comatoso: pochi gli scambi, pochissimi i risparmiatori disposti a gettare il loro denaro in un mercato che aveva tutte le caratteristiche più della bisca che di un luogo aperto alle contrattazioni e agli affari. La causa di questa depressione va cercata solo in parte nella situazione economica generale del paese, alla quale la borsa italiana da anni presta un'attenzione non proprio rigorosa. Il rialzo precedente, ad esempio, era avvenuto a cavallo del 1969-70, nei mesi più combattuti e incerti dell'"autunno caldo" e delle trame nere. Questo strano comportamento della borsa, che andava su mentre nelle fabbriche comandavano i cortei interni degli operai e mentre nel paese scoppiavano le bombe, era stato riassunto con una battuta paradossale: "I metalmeccanici scendono in piazza, ma salgono in borsa". Il divorzio fra ciò che stava accadendo nella realtà produttiva del paese e ciò che invece si verificava intorno alle quotazioni di Piazza degli Affari non poteva essere segnalato in modo più netto.»

E. Scalfari, G. Turani, "Razza Padrona"


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3 settembre 2011

Storia della borghesia di Stato

Scritto nel 1974 da Scalfari e Turani, "Razza padrona" è il racconto delle vicende economiche italiane a partire 1962, anno della nazionalizzazione dell'industria elettrica. In questo periodo si osserva l'epopea di Cefis che, campione di una "borghesia di Stato", si fa imprenditore con i denari pubblici. Il parziale fallimento dell'esperienza del centrosinistra nel recuperare, cito, «un pluralismo ben più ricco attraverso la partecipazione democratica alla grandi come alle piccole scelte della collettività» (fallimento di cui si può dare qualche spiegazione extra-politica) portò, negli anni, alla confusione tra il ceto politico e il ceto economico «fino a formare un tutto organico, dove la primazia apparente spetta al potere politico, ma quella effettiva viene esercitata dal potere economico», fino al punto in cui, «negli anni Sessanta le forze politiche sono gradualmente diventate altrettante appendici dei gruppi economici, tra i quali le imprese che gestiscono il capitale pubblico non hanno assunto il ruolo di gran lunga dominante».

(Osserviamo di sfuggita che oggigiorno, con il trionfo della ideologica furia privatizzatrice che vuole lo Stato fuori dall’economia, il potere economico è ancora più dominante rispetto al potere politico, a conferma delle parole di Marx sulla missione dell’ideologia: nascondere gli interessi del capitale dietro l’illusione di un interesse generale, paralizzando la resistenza delle vittime.)

Lo scopo del libro, dichiarato dagli autori stessi, è «raccontare la confisca del potere politico ed economico effettuata da uomini utilizzando il denaro dello stato per finalità che con lo stato niente avevano da vedere, e senza incontrare resistenza alcuna da parte di chi veniva espropriato e confiscato»

Passaggio chiave di questo processo di spoliazione del patrimonio pubblico è la morte di Mattei, sostituito all’ENI dal suo numero due, Cefis, che apprende la lezione del predecessore e la stravolge: gli autori citano Raffaele Mattioli, secondo cui «Mattei è stato il più grande corruttore di questo Paese: […] ha messo le debolezze e la corruttela dei politici a servizio del suo disegno. Gli altri che sono venuti dopo l’hanno imitato solo nel peggio: hanno messo la corruttela dei politici a servizio dei loro interessi». Politici che, citando Manzoni, «per l’abitudine a dir di sempre di sì avevano disimparato come si faccia a dir di no».

Ma sarebbe superficiale incolpare il solo Cefis: coerentemente con l’adagio secondo cui dove si vedono apparentemente agire persone, agiscono in realtà situazioni, a fare una brutta figura è un po’ tutto il mondo economico italiano, dai petrolieri (come Moratti e Garrone, “allevati” dall’ENI e dominanti in un’industria «nera, e non soltanto per la sua attitudine a inquinare l’atmosfera»), agli imprenditori edili (come Pesenti), ai finanzieri (Bonomi, Sindona), fino agli industriali (Agnelli e Pirelli, che ostacolano Cefis usando tutto fuorchè le armi giuste, i miliardi). Ne viene fuori il ritratto dell’indigeno capitalismo senza capitali, in cui le relazioni personali contano più della bontà dei piani industriali.

Fa una certa impressione leggere in un libro scritto quasi quarant’anni fa nomi e circostanze che si sarebbero ripetute nella storia recente italiana. Non si resta indifferenti nel leggere del processo di Renato Squillante per i fondi neri Montedison, e si sobbalza quasi quando si apprende che «si ha il fondato sospetto che le ruote che dovevano essere “unte” lo furono abbondantemente» in occasione della robusta defiscalizzazione di capitali legati alla fusione tra Montecatini ed Edison (la maxi-tangente Enimont ebbe, circa vent’anni dopo, una genesi molto simile). Il lettore del 2011, al termine di questo excursus economico-politico, non può sottrarsi a quel retrogusto amarognolo dato dalla strana sensazione dell’eterno ritorno dell’uguale.

(P.S.: Fa una certa sensazione trovare, a pagina 428, che Cefis si sarebbe opposto con Agnelli all'elezione di Visentini alla testa della Confindustria perché quest'ultimo sarebbe stato indigeribile agli occhi del potere politico in quanto «massone». La sorpresa nasce, chiaramente, al lettore del 2011: all'epoca non si sapeva nulla della P2, al giorno d'oggi c'è chi sospetta che Cefis l'abbia addirittura fondata, per poi lasciarla gestire a Gelli e Ortolani)

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