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Minimi cenni sui massimi sistemi


Diario


23 settembre 2011

La metà di niente

 
Il Governo dimezza le stime di crescita, che restano così invariate.


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13 settembre 2011

Vie d'uscita

 

           

Berlusconi è «assolutamente tranquillo» sulla manovra. Lo sarei anche io, con tutte quelle ville all'estero.


10 settembre 2011

War on Errorism

           

 

Il Papa esorta a «non usare Dio per giustificare il terrorismo». Si abbia almeno l'accortezza di chiamarlo "Guerra al Terrore".


6 settembre 2011

Mistificazioni

 

Con questo preoccupante titolo, Corriere.it segnala il nuovo rapporto della QS sulle migliori università del pianeta.  Il messaggio che in qualche modo si legge in controluce è che le università italiane sono allo sbando, macchine che consumano denaro per regalare posti di lavoro ben remunerati agli amici degli amici. Di conseguenza, è perfettamente legittimo, se non doveroso, diminuire le risorse destinate alla formazione universitaria perché, quantomeno, il nulla prodotto dall’università costerebbe di meno, e lo dimostrerebbe la pretesa “superiorità” degli atenei privati.

Se però si vanno a guardare come vengono costruite queste classifiche, si possono fare osservazioni un po’ diverse: la classifica è stilata sulla media ponderata di sei parametri, ovverosia la reputazione accademica,  la reputazione di chi ci lavora, il numero di citazioni per ogni facoltà, il rapporto studenti/insegnanti, l’internazionalità degli studenti e degli insegnanti. I primi due parametri sono individuati con sondaggi, mentre i rimanenti sono calcolati in base a dati numerici (sono più “oggettivi”). Questo tipo di classifica solitamente favorisce gli atenei più grandi, che riescono più facilmente ad attrarre grossi investimenti, senza i quali non si fa ricerca. Il sistema italiano non è pensato per creare singoli istituti “eccellenti” (per usare un aggettivo largamente abusato), e soprattutto gode di risorse minori per la ricerca: è perfettamente ragionevole che nella classifica delle “migliori” (tra virgolette, perché il termine è ambiguo)  università non ci siano atenei italiani. Questo però non significa necessariamente che la formazione universitaria sia di basso livello: se così fosse, non si spiegherebbe come mai i “migliori” istituti del mondo si contendano i laureati nostrani.

Quanto al confronto tra pubblico e privato di casa nostra, diamo un’occhiata alle classifiche “per indice”: osserviamo che l’Università Cattolica è la prima italiana in classifica (al 248esimo posto) nel rapporto studenti/insegnanti, mentre l’Università di Padova è la prima italiana (al 136esimo posto) per produzione scientifica (misurata sulle pubblicazioni e normalizzata, in un modo non chiarissimo – “evaluated in some fashion to take into account the size of institution” –, sul personale). Si direbbe che l’ipertrofia degli organici non sia pertinenza delle università pubbliche.

In conclusione: non si vuole criticare la validità di questa particolare classifica, si vuole invece criticare la pessima abitudine di far dire a una statistica quello che la statistica non può dire (oltre al noto adagio “Lies, Big Lies, Statistics”). Chiaramente, al Corriere questo succede per colpa di Susanna Camusso.


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5 settembre 2011

Danni collaterali

 

Secondo il direttore De Bortoli, la mancata uscita del Corriere della Sera di domani sarà un «effetto sgradevole» dello sciopero generale. Il modo migliore per creare aspettative esagerate sugli effetti gradevoli.


3 settembre 2011

Storia della borghesia di Stato

Scritto nel 1974 da Scalfari e Turani, "Razza padrona" è il racconto delle vicende economiche italiane a partire 1962, anno della nazionalizzazione dell'industria elettrica. In questo periodo si osserva l'epopea di Cefis che, campione di una "borghesia di Stato", si fa imprenditore con i denari pubblici. Il parziale fallimento dell'esperienza del centrosinistra nel recuperare, cito, «un pluralismo ben più ricco attraverso la partecipazione democratica alla grandi come alle piccole scelte della collettività» (fallimento di cui si può dare qualche spiegazione extra-politica) portò, negli anni, alla confusione tra il ceto politico e il ceto economico «fino a formare un tutto organico, dove la primazia apparente spetta al potere politico, ma quella effettiva viene esercitata dal potere economico», fino al punto in cui, «negli anni Sessanta le forze politiche sono gradualmente diventate altrettante appendici dei gruppi economici, tra i quali le imprese che gestiscono il capitale pubblico non hanno assunto il ruolo di gran lunga dominante».

(Osserviamo di sfuggita che oggigiorno, con il trionfo della ideologica furia privatizzatrice che vuole lo Stato fuori dall’economia, il potere economico è ancora più dominante rispetto al potere politico, a conferma delle parole di Marx sulla missione dell’ideologia: nascondere gli interessi del capitale dietro l’illusione di un interesse generale, paralizzando la resistenza delle vittime.)

Lo scopo del libro, dichiarato dagli autori stessi, è «raccontare la confisca del potere politico ed economico effettuata da uomini utilizzando il denaro dello stato per finalità che con lo stato niente avevano da vedere, e senza incontrare resistenza alcuna da parte di chi veniva espropriato e confiscato»

Passaggio chiave di questo processo di spoliazione del patrimonio pubblico è la morte di Mattei, sostituito all’ENI dal suo numero due, Cefis, che apprende la lezione del predecessore e la stravolge: gli autori citano Raffaele Mattioli, secondo cui «Mattei è stato il più grande corruttore di questo Paese: […] ha messo le debolezze e la corruttela dei politici a servizio del suo disegno. Gli altri che sono venuti dopo l’hanno imitato solo nel peggio: hanno messo la corruttela dei politici a servizio dei loro interessi». Politici che, citando Manzoni, «per l’abitudine a dir di sempre di sì avevano disimparato come si faccia a dir di no».

Ma sarebbe superficiale incolpare il solo Cefis: coerentemente con l’adagio secondo cui dove si vedono apparentemente agire persone, agiscono in realtà situazioni, a fare una brutta figura è un po’ tutto il mondo economico italiano, dai petrolieri (come Moratti e Garrone, “allevati” dall’ENI e dominanti in un’industria «nera, e non soltanto per la sua attitudine a inquinare l’atmosfera»), agli imprenditori edili (come Pesenti), ai finanzieri (Bonomi, Sindona), fino agli industriali (Agnelli e Pirelli, che ostacolano Cefis usando tutto fuorchè le armi giuste, i miliardi). Ne viene fuori il ritratto dell’indigeno capitalismo senza capitali, in cui le relazioni personali contano più della bontà dei piani industriali.

Fa una certa impressione leggere in un libro scritto quasi quarant’anni fa nomi e circostanze che si sarebbero ripetute nella storia recente italiana. Non si resta indifferenti nel leggere del processo di Renato Squillante per i fondi neri Montedison, e si sobbalza quasi quando si apprende che «si ha il fondato sospetto che le ruote che dovevano essere “unte” lo furono abbondantemente» in occasione della robusta defiscalizzazione di capitali legati alla fusione tra Montecatini ed Edison (la maxi-tangente Enimont ebbe, circa vent’anni dopo, una genesi molto simile). Il lettore del 2011, al termine di questo excursus economico-politico, non può sottrarsi a quel retrogusto amarognolo dato dalla strana sensazione dell’eterno ritorno dell’uguale.

(P.S.: Fa una certa sensazione trovare, a pagina 428, che Cefis si sarebbe opposto con Agnelli all'elezione di Visentini alla testa della Confindustria perché quest'ultimo sarebbe stato indigeribile agli occhi del potere politico in quanto «massone». La sorpresa nasce, chiaramente, al lettore del 2011: all'epoca non si sapeva nulla della P2, al giorno d'oggi c'è chi sospetta che Cefis l'abbia addirittura fondata, per poi lasciarla gestire a Gelli e Ortolani)

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Disclaimer: nonostante vengano propugnate idee terroristiche,
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