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Diario


18 luglio 2010

Il caso Cirillo

Il 27 aprile del 1981 il democristiano Ciro Cirillo, all’epoca assessore regionale campano all’urbanistica, viene rapito da un manipolo di brigatisti della colonna napoletana di Giovanni Senzani. Il sequestro si conclude il 24 luglio, dopo il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 450 milioni di lire. È solo la prigionia di Cirillo, però, che si conclude quel giorno. Già di per sé, le modalità del rilascio sono insolite (la vettura sulla quale sta per essere portato da Libero Mancuso, titolare dell’inchiesta, viene intercettata da una pattuglia che porta Cirillo a casa, dove trova Antonio Gava – suo capo corrente, già componente della Commissione di inchiesta sul caso Moro, e all’epoca membro della Commissione per i servizi di sicurezza e per il segreto di Stato – e Flaminio Piccoli, segretario della DC), ma non sono gli unici aspetti oscuri della vicenda.

Tanto per cominciare, sedici ore dopo il rapimento un uomo del SISDE si presenta al carcere di Ascoli Piceno per chiedere a Raffaele Cutolo di spendersi per la liberazione di Cirillo. Il capo della Nuova Camorra Organizzata chiede copertura politica (ma riesce a incontrare solo Granata, segretario personale di Cirillo, che nega di essersi mai presentato come “uomo della DC”) e un lasciapassare per alcuni suoi uomini che, latitanti, prendono contatti con brigatisti in carcere a Palmi. I contatti con Cutolo sono ufficiali, come testimonia di Criscuolo, funzionario del SISDE, sia nei processi sia di fronte alla Commissione Parlamentare di inchiesta sul terrorismo, e il direttore del carcere di Ascoli Piceno racconta di aver riferito ogni incontro di Cutolo al ministero dell’Interno. Sembra che si sia aperto un canale di comunicazione, ma le BR emettono una condanna a morte per Cirillo, accusato di attività antiproletaria e di “deportazione” delle vittime del terremoto dell’Irpinia – l’assessorato di Cirillo si occupava infatti della ricostruzione. A questo punto, senza alcun titolo, interviene il SISMI, il servizio segreto militare, all’epoca comandato dai generali Santovito e Musumeci (entrambi presenti nelle liste degli affiliati alla P2 rinvenute a Castiglion Fibocchi), e un ruolo importante sembra sia svolto da Adalberto Titta, sedicente colonnello del SISMI il cui nome ricorre anche nel caso del rapimento di Aldo Moro.

Si trova l’accordo per un riscatto, come già detto, e la somma viene recuperata grazie all’intervento di alcuni costruttori campani, e consegnata a Roma da Enrico Zambelli, un giornalista vicino alla famiglia di Cirillo. Secondo un pentito della banda della Magliana, Claudio Sicilia, viene raccolta una cifra superiore a quella effettivamente consegnata alle Brigate Rosse: la differenza, riferisce il pentito, sarebbe servita a pagare Cutolo per i suoi preziosi servigi. Lo stesso Mario Moretti confermerà il ruolo determinante di Cutolo nel liberare Cirillo. Si ipotizza che i costruttori siano stati ripagati per la loro generosità con appalti per la ricostruzione in Irpinia. Una parola definitiva sull’intera vicenda, almeno dal punto di vista processuale, non arriva. Un po’ per “sfortuna” (praticamente tutti i testimoni sono morti), un po’ per reticenza («Signore mio, glielo dico subito, io non le racconterò la verità del mio sequestro. Quella, la tengo per me, anche se sono passati ormai venti anni. Sa che cosa ho fatto? Ho scritto tutto. Quella verità è in una quarantina di pagine che ho consegnato al notaio. Dopo la mia morte, si vedrà. Ora non voglio farmi sparare – a ottant'anni, poi! – per le cose che dico e che so di quel che è accaduto dentro e intorno al mio sequestro, dopo la mia liberazione...»), un po’ anche per attacchi al giudice istruttore Carlo Alemi (stroncato da De Mita, ad esempio, in un intervento in Parlamento dell’allora presidente del Consiglio il 3 agosto del 1988).

L’anomalo sequestro di Cirillo ha messo in evidenza l’esistenza di una zona grigia di funzionari legati allo Stato che in qualche modo avevano contatti con esponenti importanti della criminalità organizzata. Oltre alla domanda “filosofica” che ci si può porre (“si può servire la legge andando contro la legge?”), la vicenda di Cirillo ci impone di guardare alle notizie sulla trattativa Stato-mafia nei primi anni ’90 con un occhio diverso, come minimo di non liquidarle con una scrollata di spalle.

 

Un po’ di link:

-         Puntata di “La Storia siamo noi” dedicata al sequestro Cirillo

-         Intervista di Giuseppe d’Avanzo a Ciro Cirillo

-         Un faccia a faccia tra Cirillo e il giudice Alemi

-         Due ricostruzioni del sequestro

-         Puntata di “Blu Notte” dedicata al caso Ammaturo, capo della Squadra Mobile di Napoli

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