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Mistificazioni

 

Con questo preoccupante titolo, Corriere.it segnala il nuovo rapporto della QS sulle migliori università del pianeta.  Il messaggio che in qualche modo si legge in controluce è che le università italiane sono allo sbando, macchine che consumano denaro per regalare posti di lavoro ben remunerati agli amici degli amici. Di conseguenza, è perfettamente legittimo, se non doveroso, diminuire le risorse destinate alla formazione universitaria perché, quantomeno, il nulla prodotto dall’università costerebbe di meno, e lo dimostrerebbe la pretesa “superiorità” degli atenei privati.

Se però si vanno a guardare come vengono costruite queste classifiche, si possono fare osservazioni un po’ diverse: la classifica è stilata sulla media ponderata di sei parametri, ovverosia la reputazione accademica,  la reputazione di chi ci lavora, il numero di citazioni per ogni facoltà, il rapporto studenti/insegnanti, l’internazionalità degli studenti e degli insegnanti. I primi due parametri sono individuati con sondaggi, mentre i rimanenti sono calcolati in base a dati numerici (sono più “oggettivi”). Questo tipo di classifica solitamente favorisce gli atenei più grandi, che riescono più facilmente ad attrarre grossi investimenti, senza i quali non si fa ricerca. Il sistema italiano non è pensato per creare singoli istituti “eccellenti” (per usare un aggettivo largamente abusato), e soprattutto gode di risorse minori per la ricerca: è perfettamente ragionevole che nella classifica delle “migliori” (tra virgolette, perché il termine è ambiguo)  università non ci siano atenei italiani. Questo però non significa necessariamente che la formazione universitaria sia di basso livello: se così fosse, non si spiegherebbe come mai i “migliori” istituti del mondo si contendano i laureati nostrani.

Quanto al confronto tra pubblico e privato di casa nostra, diamo un’occhiata alle classifiche “per indice”: osserviamo che l’Università Cattolica è la prima italiana in classifica (al 248esimo posto) nel rapporto studenti/insegnanti, mentre l’Università di Padova è la prima italiana (al 136esimo posto) per produzione scientifica (misurata sulle pubblicazioni e normalizzata, in un modo non chiarissimo – “evaluated in some fashion to take into account the size of institution” –, sul personale). Si direbbe che l’ipertrofia degli organici non sia pertinenza delle università pubbliche.

In conclusione: non si vuole criticare la validità di questa particolare classifica, si vuole invece criticare la pessima abitudine di far dire a una statistica quello che la statistica non può dire (oltre al noto adagio “Lies, Big Lies, Statistics”). Chiaramente, al Corriere questo succede per colpa di Susanna Camusso.

Pubblicato il 6/9/2011 alle 18.38 nella rubrica Politica.

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